Una scoperta interessante nella vallata della Madonna del Ponte: un insediamento rupestre e i ruderi di un casale

Che la vallata della Madonna del Ponte, attraversata da sud a nord dal fiume Jato e da est a ovest da una strada provinciale 63, fosse un crocevia di commercio e zona di eccellenti produzioni di cereali e ortaggi, lo testimoniano vari storici che nel tempo hanno descritto la piana del golfo di Castellammare 1. Di quel periodo florido, nella vallata rimangono la chiesa di Maria SS.ma del Ponte e pochi ruderi di piccoli casali.

Oggi, l‘insediamento rupestre scoperto, e quello che a prima vista ha le caratteristiche di un casale, probabilmente, con mulino idraulico, riaccendono l’interesse per la vallata pochi anni dopo l’opera di manutenzione dei ponti realizzata dal comune di Partinico tramite un finanziamento del GAL Golfo di Castellammare nel 2014.

Ubicato appena trenta metri più a sud sul versante est del ponte di epoca romana, dell’insediamento rurale rimangono poche tracce, nel video pubblicato invece, si testimonia largamente la scoperta di grotte scavate nelle rocce pleistoceniche adibite probabilmente a magazzini o semplicemente a rifugio o ad abitazione.

La prima domanda che ci poniamo è: i ruderi appartengono ad un semplice casale? Oppure costituiscono le fondamenta di un mulino idraulico? Oppure era una mutationes vista la consuetudine di collocare ville e stazioni di posta leggermente discoste dalla viabilità primaria? E le grotte furono la prima abitazione in cui vissero i contadini, i pastori, che vicino all’acqua potabile costruirono le loro attività produttive oppure furono semplici magazzini? O furono semplicemente ricoveri e nascondigli per i briganti e i contrabbandieri?

È confermato da diversi studi storici che il casale in Sicilia fu una peculiare forma di insediamento rurale tra il secolo VIII e il XIII 2. Queste strutture abitative rivestirono un ruolo importante sul piano dell’organizzazione, della difesa e controllo, oltre che su quello dello sfruttamento agricolo. Nella Sicilia occidentale, prima sotto il dominio arabo e durante il periodo normanno poi, vennero realizzati diversi casali perché l’agricoltura si sviluppò notevolmente ed offrì buoni guadagni.Infatti gli arabi, esperti agricoltori e ottimi ingegneri idraulici, riuscirono a sfruttare al meglio la terra creando benessere e lo sviluppo di diversi borghi, molti dei quali oggi sono scomparsi. Successivamente, tra il 1180 e il 1360, nel periodo aragonese, questi casali si avviarono ad un lungo ed inesorabile declino. In questo periodo non tutti gli insediamenti scomparvero, alcuni permasero sotto forma si un insediamento minore: “dalla occupazione di grotte a guisa di riparo per l’armento o la gregge, alla casa della vigna e al pagliaio temporaneo nel campo seminativo3. L’insediamento rurale rimasto mostra alcuni manufatti che fanno pensare ad un mulino: c’è un connuttu, ma non siamo riusciti a guardare meglio: per poter essere precisi bisogna liberare i manufatti dalle canne e dai rovi che sommergono il muro e il condotto.

L’ipotesi che possa essere un mulino non è remota. Non ci sono mulini nella zona e il fiume offre l’occasione per la realizzazione in loco di un molendinus esistenti già nel XII secolo, così come viene ricordato nel dono fatto da Maria Avenello, domina di Partinico, nel 1111 a San Bartolomeo di Lipari ma potrebbe essere un “paratore”, utilizzati nel XIII secolo per la lavorazione del mirto o un trappeto per la lavorazione della canna da zucchero. Questo lo scopriremo quando avremo l’opportunità di tornare sul sito.

I mulini esistono già nel periodo greco-romano. Dopo l’arrivo dei berberi musulmani i mulini, i casali furono ammodernati, come anche le torri e i fortilizi, e quindi anche le terre e gli impianti idraulici presenti alla Madonna del Ponte. Così come avvenne anche nella piana di Balestrate sul versante orientale dove l’acqua abbondava e fu captata con un meccanismo idraulico denominato

1 Vedi T. Fazello, (1558); G. A. Massa, (1709); P.D. Lo Grasso, (1935); A. Lo Piccolo, (2016). 2 H. Bresc, (1980), pp. 375-382.
3 H. Bresc, op. cit., p. 375

dagli arabi la syqàyahche dà origine al toponimo “Sicchiara” come spiegato magistralmente dal Caracausi nel suo Arabismi medievali in Sicilia e che nel XV secolo diventerà il borgo di Sicciara. Addirittura, in ultima ipotesi, se volessimo seguire le indicazioni del Lo Grasso, secondo il carmelitano, proprio in quel sito, di fronte la Chiesa di Maria SS.ma del Ponte, fu costruito un castello, una torre perché il re trovasse alloggio e chiesa, e potesse ristorarsi dalle fatiche sostenute nella caccia5.

Riguardo alla grotta che si interna per decine di metri sotto terra, bisogna evidenziare che gli insediamenti rupestri siciliani dell’alto e basso medioevo nella piana di Partinico e, dunque nella vallata della Madonna del Ponte, rimangono un fenomeno poco conosciuto le cui dinamiche di sviluppo devono ancora essere “lette” al passo con le recenti linee di ricerca6, magari oggi si potrebbe porre attenzione scientifica su questa vallata, a partire da un’analisi archeologica del sito.Ma il fenomeno ha attraversato tutte le civiltà. Secondo molti studiosi le grotte nelle nostre zone furono abitazioni parallele a quelle costruite in muratura. Il vivere in grotta è solo uno dei tanti modi dell’abitare che l’uomo ha scelto in moltissime regioni della terra, quindi è un fenomeno che deve essere indagato sotto gli aspetti sia tipologici e funzionali sia dal punto di visto ambientale, attraverso uno studio integrato del territorio.

Con la seconda domanda, più semplice, si vogliono comprendere le motivazioni che portano a costruire un insediamento rurale (mutationes, casale o mulino) nella vallata, in buona sostanza perché proprio li?
Per dimostrare ciò, da un lato bisogna ricostruire la vivacità commerciale legata al valore produttivo del luogo e, dall’altro, la viabilità annessa che consentì lo sviluppo del commercio.

Bisogna premettere che la porzione di Sicilia che tocca il Golfo di Castellammare nel tempo fu vissuta con sguardi diversi. Nel periodo greco-romano e in quello bizantino-arabo, lo sguardo venne dal mare; nel periodo normanno, invece, tutti gli interessi si spostarono verso la terra con la creazione dei feudi. I trasporti avvenivano secondo la Lex Hieronicasecondo la quale la produzione cerealicola veniva trasportata velocemente verso i “caricatori” (deportatio ad acquam),usanza che rimase fino all’Ottocento. Ed è probabile che il fiume Jato rimasto navigabile fino al XIX secolo, fosse la via privilegiata per il commercio dei prodotti della vallata verso il mare.

Dal mare si sviluppò un’intensa attività commerciale con i caricatori ufficiali e quelli di contrabbando. Nei litorali erano presenti dei casali, con torri di guardia, ed empori, sorti fin dal periodo fenicio. Il mare e le vie per marittima loca furono luogo privilegiato di tutti i commerci che avvennero in prossimità di porti naturali, cale o fiumi e che sin dai romani, vennero descritti dai vari geografi. Dal mare, però, vennero anche i pericoli: le flotte nemiche o i corsari.

Dal litorale da San Cataldo a Castellammare, il commercio dei prodotti si addentrò a pettine verso l’interno tramite il sistema fluviale, in direzione nord-sud, nel folto e ricchissimo bosco. Non a caso a poca distanza da questi empori, cale e fiumi furono erette dai greci altrettante città.
Lo Jato, anche se non ebbe un emporio a mare, consentì che il commercio si sviluppasse in direzione sud verso Jatina e Petra; il San Bartolomeo verso Egesta e il Nucylla verso Elima secondo Tolomeo, che Lo Grasso chiama “Parthenicum”, a me, invece, piace pensare che quella città, facilmente individuabile con il software “Google Earth” sul monte Palamita (di fronte a sud, a distanza di un paio di miglia, la necropoli di Monte d’oro), sia quella che negli antichi decreti di Entella e Nakone, è denominata Kytattara (Kutattara)8.

4 G. Caracausi, (1983), p. 329-330 5 D. Lo Grasso, 1935, p. 72

6 D. Patti, (2013), pp. 218-240. Fin dalla preistoria l’uomo ha utilizzato la grotta come riparo dalle intemperie e dai pericoli dell’ambiente, come abitazione, magazzino, stalla, luogo adibito ad attività produttive, ma anche come luogo dove deporre i defunti e venerare le divinità. Per tali funzioni si utilizzano all’inizio le cavità naturali di origine carsica e, solo in un secondo tempo, l’evoluzione delle tecnologie e le trasformazioni degli stessi bisogni esistenziali spinse ad adattare questi luoghi ad esigenze sempre più specifiche anche scavando ex novo degli ambienti ipogeici.
7 Holm, (1870), p. 630 sgg.
8 M. Gargini, M.A. Vaggioli, (2001), p. 99

Alla foce del fiume Jato, non si creò un emporio (o almeno, ad oggi, non sono a conoscenza di fonti storiche che lo affermino), ma fu segnato, per la sua importanza, nelle carte nautiche fin dai tempi antichi. Chiamato da Tolomeo Bathys ossia profondo, e anche da Cluverio così fu definito: “non tanto per la profondità del suo letto, quanto per le sue rive assai basse, e profonde”. La portata d’acqua alla foce del fiume Jato, fu così ampia da soddisfare un’armata. I berberi, quando risalirono dalla foce dello Jato trovarono una pianura di circa 100 ettari, sovrastata da un fitto bosco in cui Federico II di Aragona soleva sollazzarsi cacciando.

La stratificazione pleistocenica, come già detto, favorì la realizzazione di grotte adibite a diversi scopi: abitazioni, rifugi e magazzini. Il fiume, ancora nel 1805, era ricco di “anguille, moletti, tinchie, orgioni, corinella, mimusa, gambaro, granchi, ranocchie e simili di eccellente e saporita condizione, e tante delle volte queste diarie pesche suppliscono e correggono la mancanza del pesce marittimo nei tempi sterili, cattivi e tempestosi, a gran comodo della popolazione”9. I pescatori mettono a riparo le vele sulle dune accanto alla Cala del Capone sotto la Punta della Sicchiaria o sulle rive del fiume Jato stesso.

Un’altra ipotesi ci porta a pensare che dall’incrocio del
ponte passasse una via strategica, ossia la strada costruita
dai romani durante le guerre contro Cartagine e che da
Messina portava a Lilybeo: la via Valeria10. Questa via
segue la direzione est-ovest e colloca l’insediamento rurale
al centro tra San Cataldo e Calatubo, continuando poi verso
Segesta, passando per Alcamo. Il casale è accanto al ponte, e
dunque potrebbe aver rappresentato un luogo di riposo o di
ristoro, o semplicemente per cambiare i cavalli, durante il
viaggio, oppure un mulino strategico in cui portare i cereali
da rivendere in questi paesi vicini, compresa la sala di
Partinico. Viabilità ai tempi dei romani Cosa può condurre a fare questa ipotesi: un primo elemento

è il basolato del Ponte. Un’altra caratteristica è la ricerca di
una linea retta nel percorso tra San Cataldo e Calatubo e
poi Segesta. I romani prediligevano, per velocizzare gli
spostamenti, costruire strade dritte. I legionari che
preparavano la strada tagliavano alberi e boschi ma
mantenevano il più possibile la linea dritta per consentire
anche il passaggio dei carri da trasporto11. E quell’incrocio
fu strategico per il commercio: risalendo verso nord, per la
fonte dei Martini, andava verso Balestrate; risalendo dal
costone verso sud, invece conduceva alla trazzera che porta
dritto al Castello di Calatubo (oggi strada provinciale 63 e
63bis). Andando verso est invece raggiungeva la sala di
Partinico. Regie trazzere nel 1720

La terza domanda ci impone di comprendere come e quando l’insediamento rurale e quello rupestre smisero di operare, caddero in disuso nel periodo aragonese, quando a causa delle scorribande militari si avviò lo spopolamento delle campagne che durò per due secoli oppure rimase attivo? A partire dal XV secolo, quale fu il suo ruolo? Quando si impiantarono le canne da zucchero fu utilizzato per lavorare le cannamele? E quale rapporto ci fu con il Trappetum cannamelarum? È possibile che scompare dai casali ufficiali e continua a lavorare di contrabbando?

9 G. M. Di Bartolomeo, (1805), p. 105
10 Si condivide in tal senso l’ipotesi del prof. Tommaso Aiello scritta nel suo “Il santuari della Madonna del Ponte e i suoi ponti”, 2014.
11 G. Uggeri, (2006), pp. 228-243page3image65818272page3image65824512

Del casale, mulino o torre, si trova traccia nel Di Bartolomeo, il quale senza darne una precisa ubicazione così descrive la proprietà del barone Andrea Gallo, fa riferimento alle contrade di “Cicale, Bellacera, Cannizzaro, Gencoria e Ponti, con casino, case, torri e chiesa degli eredi del barone don Andrea Gallo” per un complessivo di 185.15 salme di terra. Lo stesso autore, nel descrivere in lunghezza il fiume Jato indica la posizione di un mulino a sud, nel territorio di Monreale, ma non indica mulini nel tratto di fiume che sfocia nel Tirreno “scorrendo sotto un magnifico ben premunito ponte e s’inoltra a trovar altro ponte ben grande nella contrada che da esso adotta il nome dalla chiesa campestre di Nostra Signora e Avvocata Maria Santissima e finalmente si scarica e mette foce alla Mangiona, s’interna nel mar Tirreno in mezzo ai scari, ossia littorali del Trappeto e Sicciara, che massime in tempo del verno si può soltanto valicare con della barca a tal uopo destinata”12.

In conclusione, emergono due necessità, dalla scoperta di questi due insediamenti, che seguono l’intervento di recupero e manutenzione fatto nel 2014 dal comuni di Partinico con il finanziamento del GAL Golfo di Castellammare: la prima è quella di recuperare dal punto di vista storico- archeologico i luoghi, che è onere degli studiosi di archeologia, di topografia, di architettura, di geografia, di archivistica, etc., i quali possono dare risposta alle domande che ci siamo posti dopo questa scoperta. La seconda riguarda la tutela e la conservazione dei luoghi, anche nell’attuale stato ovvero se sia il caso di recuperarli e valorizzarli realizzando percorsi di fruizione sia per i fedeli devoti a Maria SS. del Ponte, sia a per quei turisti che da sud ossia dal Santuario, da est e anche da nord, potrebbero accedere al sito vicino al ponte romano.

Intanto, oggi domenica in albis, continuiamo a festeggiare la Resurrezione di nostro Signore ed alziamo le nostre preghiere a Maria SS.ma del Ponte.
Balestrate 19 aprile 2020


Benedetto Lo Piccolo

BIBLIOGRAFIA

H. BRESC , (1980), “La casa rurale nella Sicilia Medievale. Massaria, casale e terra”, in Archeologia Medievale, 7 pp. 375-382

T. Fazello, (1558) “Storia di Sicilia. Deca I e II”. (Trad. di P.M. Remigio Fiorentino). Tipografia G. Assenzio, Palermo, 1817;

M. Gargini, M.A. Vaggioli, “Le città ricordate nei decreti”, in “Da un’antica città di Sicilia. I decreti di Entella e Nakone”. Scuola normale di Pisa, Pisa, 2001.

A. Holm, Geschichte Siziliens im Alterthum. 1-lll, Leipzig 1870-78; trad.it., Storia della Sicilia nell’antichità, I-III, Torino-Palermo 1896-1901.

P.D. Lo Grasso, (1935), “Partenico ed il culto di Maria SS.ma di Altofonte e del Ponte sua patrona e del SS.mo Crocifisso”. G. Puccio, Partinico;

A. Lo Piccolo, (2016). “Origini e sviluppo delle Balestrate palermitane nel Golfo di Castellammare”. Fondazione Thule cultura, Palermo

G. A. Massa, (1709) “La Sicilia in prospettiva”. Stamperie F. Cichè, Palermo.
D. Patti, (2013), “La facies rupestre nella Sicilia centrale: aspetti metodologici e prospettive di ricerca”. In “Mediaeval

Sophia”. Studi e ricerche sui saperi medievali. Officina di Studi Medievale, G. Uggeri, “La viabilità della Sicilia in età romana”, Galatina 2004.

12 G. M. Di Bartolomeo, (1805), p. 95

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G. Uggeri, “La formazione del sistema stradale romano in Sicilia”. Atti del III convegno “La Sicilia romana tra Repubblica e Alto Impero”. Caltanissetta, 2006

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