La tonnara di Sicciara

Avviare la costruzione della storia della tonnara di Sicciara, di cui abbiamo ad oggi poche fonti storiche tranne quelle storiografiche ed entostoriche, è un percorso stimolante che aiuta a configurare la vita economica e sociale della pesca.
La pesca del tonno è una pratica preistorica mentre le tonnare come edifici adibiti alla pesca in Sicilia vengono costruite a partire dal medioevo. Quindi in questo articolo avvieremo un percorso di ricerca che ha due filoni: uno legato alla pesca dei tonni e alle tecniche di cattura e l’altra legata alla dimensione economica dei titolari di concessione e ai pescatori che accanto alle tonnare edificavano le loro case e che nel tempo hanno dato vita alla città di Sicciara nelle Balestrate del Golfo d Castellammare.

La pesca dei tonni nel mare prospiciente la Sicciara.

Della pesca del tonno praticata nella porzione del golfo di Castellammare davanti al litorale delle balestrate poco o niente sappiamo. Ma possiamo ricostruire la storia di questa tecnica partendo da Omero e Plinio1, che hanno raccontato della pesca del tonno in Sicilia in base ai movimenti migratori, il cosiddetto “viaggio d’amore. É probabile che, oltre ad una caccia con arpioni, si usasse una tecnica di cattura con le cosiddette “reti a sciabica”, cioè reti volanti che catturavano i tonni, i quali venivano trascinati fino a sotto costa dove venivano pescati e messi in barca.

Invero tutti i popoli del Mediterraneo, a partire dagli ebrei (i Cananei delle città costiere), poi i Fenici e i Greci, avevano sviluppato tecniche di cattura e avevano organizzato luoghi di lavorazione del tonno. Tale pratica continuò durante il periodo romano e bizantino, periodo in cui cominciano a realizzarsi precise leggi che tutelavano la pesca al tonno e regolavano questa tipologia di pesca attorno ad iniziative di privati tonnaroti.

Con la caduta dell’impero romano nel 476 d.C., nella pesca e nelle comunità di pescatori, si vissero diversi secoli di incertezza sia per la debolezza della politica (dovuta a repentini cambiamenti di potere) sia per la diffusa pratica della pirateria. Per tale motivo la pesca del tonno fu poco rilevante nell’economia dell’Isola.

Nel periodo della dominazione Aglabita in Sicilia torna un ordine politico e la sicurezza nei territori. Grazie a ciò si perfeziona e si diffonde la tecnica di pesca con il sistema delle “reti fisse”, divise in camere, fino ad arrivare alla camera finale detta “della morte”, da cui deriva il nome spagnolo mattanza (uccisione). A Favignana viene edificata la prima tonnara “da posta”. Poi si diffonde anche in altri luoghi.

Le tonnare erano una prerogativa delle zone dove il mare si presentava già alto dopo, pochi metri dalla battigia o dalla costa (vedi Scopello, Lu Siccu a San Vito, Bonagia e Favignana). Le ricerche di archeologia marina2 evidenziano come l’economia della Sicilia nord-occidentale non avesse un gran numero di porti (epineion), in quanto il traffico commerciale si concentrava nei grandi centri urbani e, anche se c’erano le condizioni naturali e numerosi ripari per attraccare imbarcazioni, si utilizzavano attracchi improvvisati in funzione di scambi commerciali legati all’agricoltura, alla pesca o al contrabbando (o traffici di altro genere), come per esempio ha fatto nell’approdo di Sicciara un’imbarcazione chiamata “la Lupa” che per tantissimi anni caricava il vino da cala del Capone e lo trasportava all’estero3.

1 Plinio “Storia naturale” libro 9. In questo libro Plinio descrive le caratteristiche del tonno.
2 Rougé, “recherches sur l’organisation du commerci marittime en Méditerranée suos l’empire romani”, Paris, 1966, pp. 136 e ss. 3 In pratica il vino per caduta veniva messo nelle botti che, a loro volta, venivano messe in acqua e trasportate sull’imbarcazione.page2image4065936

C’è da sottolineare che nel Golfo di Castellammare non sono state fatte mai delle ricerche di archeologia marina, tranne per l’Ar RuKn (l’angolo)4 di San Cataldo che era l’epineion della città elima Kytattara (Kutattara)di cui si vedono chiaramente i resti sul monto Palamita.

Nel piano della Sicchiaria si insediarono gli arabi berberi, che erano ottimi ingegneri idraulici e quindi competenti agricoltori capaci di usare l’acqua in vari modi. Gli orti della Sicchiaria erano rinomati grazie all’abbondante acqua che veniva estratta dalle sorgive e dai pozzi. (vedi figura 1)

Neanche dopo gli arabi la pesca del tonno si affermò nei nostri litorali che al tempo erano delle immense dune di sabbia che si estendevano da San Cataldo a Castellammare. “Il Tonno ama il profondo, e in primavera medesima ama esso di camminare sotto acqua alla profondità di cento piedi; laonde a quelle rive che hanno poca profondità il tonno non si accosta”5.

Fig. 1 – Un esempio di Secchiaria Nel nostro territorio, quindi, la pesca del tonno e la realizzazione della tonnara non fu una priorità. Le acque basse non consentivano la pesca con le reti lunghe 4 o 5 chilometri o anche più, fissate

tramite un grande numero di ancore. I “passi” diventavano giusti ad una notevole distanza dalla riva tranne nelle zone dei promontori dove venivano catturati in maniera copiosa “capuna” (Lampuga), “pisci porci” (pesce balestra) e “ariccioli” (Ricciole), e
nei fiumi “muletti” e “anciddi” (anguille). Al contrario

era esercitata molto spesso la pesca “cu lu tartaruni
(vedi figura 2) e “cu lu rizzagghiu”, che non
necessitando di imbarcazioni. Era molto praticata lungo
tutto il litorale, grazie alla presenza di fondali di sabbia
che consentivano di tirare le reti senza causare danni
alle stesse6. Fig. 2 – Tartaruni a sciabica)
Il nostro mare, comunque, si prestava all’impianto di una tonnara di “corsa” o di “andata”7, che cattura i tonni nel periodo di Maggio – Giugno, coincidente con la loro riproduzione8. Ed è probabile che già si praticasse la pesca con le reti “a sciabica”, trasportate fino alla cala del Capone (questa è la denominazione che ne da l’IGM dello specchio d’acqua dentro l’attuale porto).

Con i Normanni la prerogativa della pesca dei tonni passa al potere centrale. Venivano qualche volta concessi, specie ai monasteri, diritti particolari di prelievo9, ma il diritto di pesca era proibito ai privati, fino alla distanza di un tiro di balestra e per tutta l’estensione dei litorali idonei alla cattura dei tonni10. Lo Jactum balistae è stata una unità di misura dei territori demaniali ossia quei territori riservati e gestiti direttamente al re (e dalla sua corte) prevalentemente per motivi militari ma anche da diporto. Nel caso della pesca del tonno la misura entrava anche in acqua e quindi la concessione poteva essere data solo dal re.

Durante la dominazione normanna le Balestrate non vedranno alcun sviluppo. Gli interessi dei normanni erano verso i feudi e questa zona l’affidarono agli abbati circestensi di Altofonte.

4 D’Angelo, Insediamenti medievali nel territorio circostante Castellammare del Golfo, Archeologia Medievale, IV, 1977, p. 340 e ss.; Pomar, “S, Cataldo di Partinico, un approdo medievale”, Medioevo, Saggi e rassegna, (Cagliari 1981, pp. 123-129
5 , “L’Italia descritta e dipinta con le sue isole di Sicilia, Sardegna, Elba, Malta, Eolie, di Calipso, ecc.” Editore Giuseppe Pomba e C., Torino, 1838, p. 145.
6 A. Lo Piccolo, “Origini e sviluppo delle Balestrate palermitane nel golfo di Castellammare”, Thule, 2020, pp. 13-17
7 G. Power, “Guida per la Sicilia, Stabilimento poligrafico di Filippo Cirelli, Napoli, 1842, p. 270 si trovano tutte le tonnare descritte in tonnare di andata e di ritorno.
8 Il secondo tipo di tonnara, quella di ritorno, quando i tonni hanno già depositato le uova, dove le prede vengono catturate nel periodo di Luglio-Agosto, erano impiantate più sul versante sud dell’Isola (da Gela a Porto Palo).
9 I. Peri, “Città e campagne…” vol. II, pp. 229-230.
10 Vito La Mantia, “Le tonnare in Sicilia”, Palermo, General Book editore, 2012, pag. 55.page2image4063440

Già dai primi del 1250 e fino al 1450, il territorio venne abbandonato. Tutto attorno al nostro territorio era in decadenza, in quanto, in primo luogo, gli interessi economici facevano guardare verso l’entroterra e in secondo luogo perché la guerra scatenata dopo i Vespri siciliani, aveva portato come conseguenza l’abbandono di quei piccoli villaggi e borghi collegati con il mare in quanto le scorrerie dei soldati aragonesi e angioini comportavano la sistematica distruzione di quelle poche capanne di pastori e di contadini che vivevano il litorale che si erano trasferiti nel bosco che garantiva, a quel tempo, la possibilità di riparo e di vivere in sicurezza lontano dalle scorribande militari.

Il piccolo villaggio ha poche strutture in pietra: in pratica, la Secchiaria, la torre di avvistamento fatta dai bizantini e mantenuta dagli arabi e una o due Caupone che al tempo ospitavano i passanti e forestieri diretti ad Castellammare, Valderice e Trapani o nella direzione di San Cataldo, la Favarotta, Carini e Palermo.

La pesca dei tonni e la relativa normativa per esercitarla sviluppata dai Normanni, veniva successivamente sviluppata dagli spagnoli quando cominciarono, per fare profitti, ad affidare in enfiteusi i vari territori al fine di ottenere più gabelle ossia tassare ogni bene e ogni attività produttiva. Il territorio di Balestrate comincia a vivacizzarsi quando il re aragonese Alfonso il Magnanimo, nel 1456, volle donare il territorio di Balestrate al suo camerlengo, tesoriere del Regno e Pretore di Palermo, nonché consigliere favorito Nicolò de Leofante (detto Cola e spostato con Aloisia De Beccadelli di Bologna altra famiglia potente11). L’azione del sovrano si concretizzava sotto forma di atti pubblici, redatti dai funzionari dell’ufficio del Protonotaro, attraverso i quali si procedeva all’assegnazione di licenze per edificare fortezze, castelli e strutture militari, in aree reputate strategicamente rilevanti da coloro che avevano fatto richiesta delle concessioni. Tra questi nobili (imprenditori) del tempo vi erano i Fardella i principi di Paceco imparentati anche loro con i De Beccadelli di Bologna

La costruzione della tonnara

Dopo il primo censimento del 1505 gli spagnoli per fare profitto aumentarono le concessioni. L’imperatore spagnolo Carlo V il 15 febbraio del 1517 a Brusselles firmò il privilegio con il quale concesse a Giacomo Fardella barone di San Giuliano e Capitano giustiziere di Trapani12 la licentia di edificare una tonnara di “curso con suo baglio e casamenti”13 sulla punta della Secchieria o Sicchiaria, che venne costruita accanto alla torre. Tutta l’attrezzatura arrivo da Nubia dalla tonnara chiamata “Raisi Debbi”14. Le barche venivano tirate a secco e lasciate nella spiaggia di levante, che per diversi secoli fu la spiaggia di Sicciara in quanto legava il borgo al fiume Jato e alle vie di comunicazioni interne per le vie che portano al mulino della Madonna del Ponte, Che non ha caso oggi quella spiaggia e quella cala appartengono alla contrada “Paliscarmi” evidente riproposizione del nome delle grandi imbarcazioni che venivano utilizzate nella pesca del Tonno.

Nel 1577 la tonnara viene venduta ai potenti Bisignano di Napoli, principi di S. Severino che con i Fardella erano imparentati con Il principe Luigi Sanseverino Gaetani dell’Aquila d’Aragona principe di Paceco.
Alla Sicciara anche se territorio demaniale, non venne costruita una nuova universitas, non fu chiesta una licentia populandi ma il villaggio, di suo cominciava ad incrementare la sua popolazione e si formava un borgo attivo e produttivo sia sul versante della pesca ma maggiormente sul versante agricolo.

Era un periodo di pace. L’unico problema proveniva dal mare: erano le scorribande dei corsari. Infatti qualche anno dopo la Deputazione del Regno invia prima l’ingegnere Spannocchi e poi Camilliani per ricostruire la torre bizantina ed avere un punto militare ben strutturato.

11 Carlo De Lellis, “Famiglie nobili della città e Regno di Napoli”, Arnaldo Forni Editore, Napoli, 1701, p. 4
12 Francesco Maria Emanuele Gaetani Villabianca (marchese di), “Della Sicilia nobile”, parte seconda. Palermo 1757, p. 364
13 Maurizio Cangemi, “Pesca e patrimonio industriale: tecniche, strutture e organizzazione : Sicilia, Puglia, Malta e Dalmazia tra XIX e XX secolo”. Cacucci (ed.) 2007, p. 96
14 Salvatore Costanza, “Tra Sicilia e Africa: Trapani, storia di una città mediterranea”, Corrao, 2005, p. 202. Leggasi anche I. AIELLO, “Per il riconoscimento delle tonnare Boeo e Sicciara”, Palermo 1896

La torre di avvistamento viene ristrutturata nel 1585 dall’architetto Camillo Camilliani (vedi figura 3) che la inserì nel sistema difensivo della costa siciliana, voluto dal governo spagnolo, integrando in parte torri preesistenti. In caso di pericolo i torrari dovvano suonare la brogna (conchiglia) e con fumo e fuochi, dalla terrazza eseguire segnali (fani) per avvisare le altre torri e gli abitanti dell’entroterra del pericolo imminente.

Ma la tonnara “a reti fisse” non si armava ogni anno (vedi figura 4). Anche se economicamente vantaggiosa la famiglia dei Sanseverino principi di Paceco la tennero in uso fino al 1780, anno in cui dopo essere stata abbandonata venne smontata dagli abitanti della Sicciara che utilizzarono le pietre della tonnara e della torre per costruire case.

Nel 1798, la vedova del principe di Paceco, Marianna Gaetani dell’Aquila
d’Aragona dei Duchi di Laurenzana di Napoli che aveva spostato Niccolò
Sanseverino Pignatelli (che aveva ricevuto il titolo di principe di Paceco
e relative proprietà dal fratello Luigi il 16 marzo 1754), ingabbellava
all’amministratore di Magazinazzi, don Francesco Sances, l’intero apparato della tonnara e cioè “quintali diciotto di Corpo di Canape aggruppato, la Curcuma di Corina di Canape, tutta la sarziame esistente in detta tonnara, numero sessantacinque ancore di ferro coi suoi ceppi di legno e una barca”.

I profitti della Tonnara di Sicciara, che funzionò per 3 secoli, non furono mai alti, tanto che nei racconti viene definita “Misera e afflitta”, ma fu motivo di ripopolazione del nostro territorio da parte delle maestranze del mare.

Ai nostri giorni pochi pescatori sono rimasti legati alla mattanza: tra questi due pescatori ben voluti dalla comunità: Vincenzo Galante Paolino Vermiglio (detto Sciortino) che sono stati gli ultimi a partecipare alle mattanze dei tonni a Favignana e a Scopello. Altra persona ben voluto, finissimo artigiano e mastro d’ascia fu

Fig. 4 – struttura delle reti con le varie camere
Giuseppe Russo (u varcaiolu) che è portava con sé l’arte sviluppata dall’ingegneria navale retaggio di una cultura del mare che va scomparendo.
Balestrate, 21 giugno 2020

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Fig. 3 – esempio di Torre e relativa pianta disegnata dal Camillianipage4image4052048

BIBLIOGRAFIA

Plinio “Storia naturale” libro 9.
Jean Rougé, “Recherches sur l’organisation du commerci marittime en Méditerranée suos l’empire romani”, Paris, 1966.
Franco D’Angelo, Insediamenti medievali nel territorio circostante Castellammare del Golfo, Archeologia Medievale, IV, 1977, p. 340 e ss.;
Gabriele Pomar, “S, Cataldo di Partinico, un approdo medievale”, Medioevo, Saggi e rassegna, (Cagliari 1981.
Davide Bertolotti, “L’Italia descritta e dipinta con le sue isole di Sicilia, Sardegna, Elba, Malta, Eolie, di Calipso, ecc.” Editore Giuseppe Pomba e C., Torino, 1838.
Angelo Lo Piccolo, “Origini e sviluppo delle Balestrate palermitane nel golfo di Castellammare”, Thule, 2020.
Giovanna Power, “Guida per la Sicilia, Stabilimento poligrafico di Filippo Cirelli, Napoli, 1842. Illuminato Peri, “Uomini, città e campagne in Sicilia dal XI al XIII secolo.” Biblioteca universale Laterza, 1990, vol. II.
Vito La Mantia, “Le tonnare in Sicilia”, Palermo, General Book editore, 2012.
Carlo De Lellis, “Famiglie nobili della città e Regno di Napoli”, Arnaldo Forni Editore, Napoli, 1701.
Francesco Maria Emanuele Gaetani Villabianca (marchese di), “Della Sicilia nobile”, parte seconda. Palermo 1757.
Maurizio Cangemi, “Pesca e patrimonio industriale: tecniche, strutture e organizzazione : Sicilia, Puglia, Malta e Dalmazia tra XIX e XX secolo”. Cacucci (ed.) 2007.

di Benedetto Lo Piccolo

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